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L'epatite a Napoli

  • 17 apr
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 3 mag

L'attuale focolaio di epatite virale A che sta interessando Napoli e la Campania intera, in questo 2026, rappresenta un caso di studio significativo per la sanità pubblica, specialmente se confrontato con le grandi epidemie del passato come la "spagnola" (1918) o il colera (1973). Mentre la "spagnola" fu una pandemia globale da virus H1N1 a trasmissione aerea e il colera un'infezione batterica legata a gravi carenze infrastrutturali, l'epatite A odierna è un'infezione virale (virus HAV) a trasmissione oro-fecale, gestita con strumenti diagnostici e preventivi molto più avanzati.


Dall'inizio del 2026, la Campania ha registrato un aumento esponenziale dei casi di epatite, con oltre 133 segnalazioni dal 18 marzo. Il cuore del focolaio è l'area dell'ASL Napoli 1 Centro (65 casi), seguita dall'ASL Napoli 2 Nord (76 casi complessivi tra gennaio e marzo). A differenza della "spagnola", che uccideva giovani adulti sani, l'epatite A attuale colpisce prevalentemente adulti tra i 20 e i 60 anni, con pochissimi casi tra i bambini. La malattia si conferma generalmente benigna. Al momento, si registra un solo caso grave in terapia intensiva e nessun decesso, un dato drasticamente diverso dai milioni di morti della "spagnola" o dalle vittime del colera.


Il filo conduttore tra il colera del '73 e l'epatite del 2026 è il consumo di molluschi crudi, nell'ultimo caso: la maggior parte dei pazienti ha consumato cozze, vongole o ostriche contaminate, i molluschi filtrano acqua e concentrano il virus HAV, se raccolti in aree interessate da scarichi fecali. Le indagini del NAS ipotizzano che partite di molluschi contaminati, forse importati, siano state mescolate a prodotti locali. Sono in corso, infatti, accertamenti anche su possibili scarichi abusivi lungo la costa campana. Oltre ciò, circa il 10% dei casi è dovuto a contatti stretti o intra-familiari.


La gestione dell'infezione 2026 è multisettoriale: è stato imposto il divieto di vendita e consumo di molluschi crudi nei locali pubblici, con sanzioni fino a 20.000 euro; la Regione Campania ha avviato campagne di vaccinazione gratuita per le categorie a rischio, come operatori sanitari, addetti alla filiera alimentare, e, per i contatti stretti dei malati, il vaccino HAV è considerato estremamente efficace e garantisce un'immunità permanente, tanto che circa 50-70 pazienti sono stati ospedalizzati presso l'ospedale "Cotugno" di Napoli per monitoraggio precauzionale.


L'epatite A ha un'incubazione media di 30 giorni. I sintomi principali includono l’ittero, ovvero occhi e pelle gialla, urine scure, febbre e stanchezza. Per prevenire il contagio, le autorità raccomandano di cuocere i molluschi per almeno 4 minuti dopo la bollitura, lavare accuratamente le mani per almeno 20 secondi prima di mangiare o cucinare e lavare con cura frutta e verdura, preferendo la cottura per i frutti di bosco surgelati.


Rispetto alla devastante pandemia di "spagnola" e all'epidemia di colera del 1973, il focolaio di epatite A del 2026 si distingue per una mortalità drasticamente inferiore e una gestione sanitaria estremamente più tecnologica, pur condividendo con il colera la medesima origine alimentare legata al territorio campano. Gli strumenti per trattare la "spagnola" erano quasi nulli: infatti, mancavano vaccini antivirali e persino gli antibiotici, per curare le polmoniti secondarie. La risposta al colera fu basata su vaccinazioni di massa e misure drastiche di igiene urbana, portando col tempo alla modernizzazione delle reti fognarie e alla nascita del Servizio Sanitario Nazionale (1978).


Mentre la "spagnola" è stata in parte oscurata dal trauma della guerra, il colera del '73 e l'epatite del 2026 sono strettamente legati all'identità di Napoli, evidenziando ciclicamente la vulnerabilità delle aree costiere e la necessità di una sorveglianza ambientale costante sugli scarichi marini e sulla sicurezza dei prodotti ittici.


a cura di Martina Ciapanna e Patrizio Boscato

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