I “12 cadaveri del Lazio”: un enigma lungo decenni, tra identità perdute e verità sospese
- 22 apr
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Tra la provincia di Latina e dintorni, nel basso Lazio, esiste una sequenza inquietante di ritrovamenti che, nel tempo, è stata ribattezzata “il caso dei 12 cadaveri del Lazio”.
Non si tratta di un’indagine unica formalmente collegata, ma di una serie di corpi rinvenuti tra il 1983 e il 2021, accomunati da un elemento tanto semplice quanto drammatico: l’assenza di identità. Queste storie si snodano tra campagne, litorali, stazioni ferroviarie ed edifici abbandonati, in luoghi come Latina, Terracina, Sabaudia e Formia. Ognuna racconta un frammento incompleto di vita, interrotto bruscamente e mai del tutto ricostruito.
Il ritrovamento più recente risale al 1° giugno 2021, a Terracina. Un passante scopre un corpo maschile in avanzato stato di decomposizione all’interno di uno stabile abbandonato, l’ex mercato coperto. L’uomo giaceva su un giaciglio di fortuna, senza documenti e senza che fosse mai stata presentata una denuncia di scomparsa compatibile: un’esistenza invisibile, conclusa nel silenzio.
A Latina e nelle sue frazioni si concentra un numero significativo di questi casi. Il 3 gennaio 2021, sulla spiaggia di Foce Verde, era stato ritrovato uno scheletro ormai scarnificato. Le analisi del DNA portano gli investigatori a ipotizzare un’origine rumena della vittima, ma anche questa pista si rivela un vicolo cieco.
Ancora più inquietante è l’episodio nei pressi del canale Cupedo, vicino alla stazione di Latina Scalo: una bambina, giocando, si avvicina a quello che crede essere un pallone, scoprendo invece un teschio umano. I resti appartenevano probabilmente a un uomo tra i 35 e i 40 anni, forse morto per trauma cranico. Anche qui, nessuna identità, nessuna certezza.
Nel 2017, a Sermoneta, uno scheletro parzialmente bruciato era emerso, dopo un incendio che aveva distrutto la vegetazione. A notarlo era stato un ciclista. Accanto al corpo, oggetti comuni: posate e una radiolina, dettagli che suggeriscono una vita ai margini.
Un altro ciclista, nel luglio 2007 nei pressi di Sabaudia, si era imbattuto in un corpo in decomposizione. La vittima, tra i 30 e i 40 anni, presentava una vistosa bruciatura sul torace. Le poche informazioni raccolte suggerivano una possibile origine indiana, ma le indagini non hanno mai portato a un’identificazione.

Nel 2005, tra San Felice Circeo e Sabaudia, veniva ritrovato il corpo di un uomo legato a un albero, con accanto una bicicletta blu. Un’immagine potente, ma priva di spiegazione.
Il 23 maggio 2000, nel parco di Gianola a Formia, venne scoperta una donna tra i 40 e i 50 anni. Con sé aveva un rosario spezzato, unico indizio di una possibile vita spirituale o personale. Anche in questo caso, nessuna identità.
Ancora più misterioso è stato il ritrovamento del 23 gennaio 1993: una telefonata anonima guida i soccorsi verso il canale delle Acque Medie, dove venne rinvenuto il corpo saponificato di una donna dai tratti orientali. Aveva circa 36 anni, una cicatrice da parto cesareo e una fede nuziale al dito, segni evidenti di una vita familiare, eppure nessuno l’ha mai reclamata.
Nel comune di Aprilia si erano registrati due casi ravvicinati: nel 1992, un uomo tra i 60 e i 65 anni e, nel 1991, un altro individuo, trovato senza scarpe e privo di denti. Entrambi senza documenti, entrambi mai identificati.
Il più antico episodio risale all’11 settembre 1983, a Priverno. Nel parco di San Martino viene ritrovato il corpo di una donna vestita con abiti di buona fattura e una sottoveste di origine tedesca. Nonostante l’apparente cura nel vestiario, la sua identità rimane ignota. Viene sepolta con il nome simbolico di “Maria”.
Nel 2019, una segnalazione alla trasmissione "Chi l'ha visto?" ipotizza un possibile collegamento tra uno di questi casi e la scomparsa di Emanuela Orlandi. Tuttavia, l’autopsia e le analisi successive escludono qualsiasi relazione.
Questi dodici casi non sono ufficialmente collegati da un’unica indagine, ma condividono elementi ricorrenti: isolamento, marginalità sociale, assenza di documenti e, soprattutto, l’assenza di qualcuno che ne denunci la scomparsa. Sono storie che parlano di invisibilità, di persone che forse vivevano ai margini o lontane dai propri contesti d’origine.

Le domande restano aperte: si tratta di coincidenze, o esiste un filo conduttore mai individuato? Perché così tante persone non sono mai state cercate? E quante altre storie simili restano ancora nascoste?
Nel silenzio di questi luoghi, tra mare e campagna, rimane un’unica certezza: senza un nome, anche la morte rischia di passare inosservata.
a cura di Helena Prantner, Angelica Teseo e Anastasia Lo Borgo





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