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La natura dell’anonimato: una riflessione sull'affermazione del filosofo Umberto Galimberti

  • 17 apr
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 3 mag

Dall’inizio dei tempi della civiltà umana, ogni secolo che passa è contraddistinto da un filo conduttore che lo attraversa interamente, da cui si può partire per spiegare i fenomeni che si verificano nello stesso lasso di tempo. Questo filo rappresenta l’insieme di tutti quegli ideali, quelle credenze, opinioni, fedi religiose e stili di vita, adottati dalla maggioranza delle persone, che predispongono gli eventi e gli esiti del proprio secolo e le conseguenze che influiranno su quelli successivi. Perciò, è possibile osservare che il filo non si è mai davvero interrotto tra le varie epoche dell’umanità, ma è semplicemente cambiato a seconda delle tendenze e scelte predilette dalle masse, fino ad arrivare al nostro presente.

Il Ventunesimo è per eccellenza il secolo della solitudine, dell’isolamento e dell’alienazione dalla realtà. Nonostante questi elementi fossero presenti anche in altri momenti nella storia, assumono oggi tutt’altro aspetto; ciò è dovuto alla peculiarità delle cause, quindi ai mutamenti del filo. Non è raro imbattersi in schiere di intellettuali dai nomi altisonanti, moralisti petulanti e perbenisti ipocriti che denunciano gli effetti di una cultura improntata sull’angoscia per l’anonimato che impatta negativamente sui singoli individui. A rigor del vero, non è di certo sbagliato descrivere e valutare a ragione ciò a cui si è giunti in questo secolo, ma spesso si lega all’argomento un’eccessiva drammaticità tragica, come se si venisse a contatto per la prima volta con la fragilità e l’inettitudine umane. Quando ci si pone in netta opposizione con le tendenze attuali e con i relativi esiti, c’è anche il rischio di far intendere che questi ultimi siano il risultato di un errore, di una sconveniente deviazione nel percorso della civiltà.


Se, però, lo si pensa veramente, ciò fa emergere una visione d’insieme influenzata da una certa nostalgia per una precedente condizione della società, forse ritenuta migliore rispetto a quella odierna, un’incapacità nel concepire razionalmente i fenomeni e una difficoltà non indifferente nell’adattarsi al cambiamento. Trattandosi di una questione così ampia e dalle mille sfaccettature, è necessario sì far passare in rassegna gli effetti, ma sono soprattutto le cause che richiedono un’indagine precisa e distaccata. Il terrore dell’anonimato, che sfocia nel bisogno morboso di mostrare agli altri la propria esistenza, è un prodotto della naturale tendenza dell'uomo a interagire e relazionarsi con i suoi simili, da buon animale sociale, causata da un’altra sua prerogativa: la vocazione al progresso. Ciò genera un rapporto conflittuale tra due attitudini all’interno dell’individuo: la ricerca del conforto ricavato da relazioni interpersonali genuine e la fiducia nel progredire come civiltà, anche grazie alle proprie abilità tecniche.


Indubbiamente, il genere umano si è sempre applicato per rendere la propria vita più facile, più godibile e, in generale, migliore e infatti questo processo ancora in corso, non senza intoppi ovviamente, ha portato a ciò che oggi è la tecnologia che conosciamo, destinata solo a progredire sempre più. Un frutto di questo sviluppo è visibile direttamente negli smartphone, divenuti ormai un’estensione virtuale della vita sociale dell’individuo, poiché è uno strumento dalle potenzialità illimitate che ha stravolto da tempo l’approccio alla quotidianità.


Purtroppo, bisogna ricordare che l’uomo è un animale difettoso, un animale che, sfruttando le sue strabilianti capacità cerebrali, dà origine a qualcosa che eventualmente finisce per schiacciarlo. Proprio nel tentativo di rendere il socializzare più agevole ed efficiente, con l’invenzione dei social media e di modi sempre nuovi per contattare persone anche dall’altra parte del globo, ha quasi reso obsoleto l’incontro faccia a faccia, ottenendo il risultato opposto a quello desiderato, allontanando così gli uni dagli altri. Ne consegue che la socializzazione di persona è sminuita e minacciata da una nuova forma di interazione. Tuttavia, il naturale bisogno di stare con altre persone rimane invariato, ma può essere soddisfatto con il modo tradizionale o con quello digitale, che però funziona diversamente. La vita sociale “a tu per tu” richiede la partecipazione più o meno impegnata degli individui interessati, perché le interazioni passano direttamente dall’uno all’altro; quella digitale, invece, non la richiede, poiché lo scambio di parole, idee e esperienze è mediato attraverso lo strumento del cellulare. Dalla vicinanza simulata delle parti, si evince che l’attività sociale tende a essere più breve, vista la velocità con cui si inviano i messaggi e l’entità degli scambi, ridotta dalla mancanza di elementi che allungano  le conversazioni dal vivo, come le pause di vario genere, le distrazioni dell’ambiente circostante, la difficoltà di gestire le proprie e le altrui espressioni, la prossemica, che completano il vero significato delle parole. Dunque, la partecipazione dell’individuo digitale si riduce considerevolmente, così come la soddisfazione e l’interesse nel socializzare in modo attivo, che in effetti richiede più energia, pur offrendo una maggiore gratificazione. Proprio come l’influenza dei fast food, che spinge le persone a scegliere un pasto economico e rapido, anche se sostanzialmente simile a spazzatura commestibile, piuttosto che uno lungo e impegnativo in un ristorante, che, al contrario, propone un’esperienza culinaria oltre al mero cibo, il fascino della socializzazione digitale attira le masse offrendo interazioni superficiali, essenziali e veloci e dando all’individuo l’impressione di aver preso parte ad un’attività collettiva, senza però sottrarre le energie richieste da un incontro dal vivo.


Detto ciò, è giusto sottolineare che il metodo digitale, con i suoi elementi, è in fondo l’ennesimo mezzo a nostra disposizione, il cui uso responsabile si può rivelare positivo e pratico in determinati contesti: infatti, è dal suo abuso perpetrato da persone che non hanno la capacità di gestirlo, a causa di un’educazione sulla materia assente o scorretta, che scaturiscono tutti gli effetti nocivi all’individuo e al suo sviluppo.



Il terrore dell’anonimato è causato da una visione deleteria e sbagliata della questione. Chi sperimenta l’ansia o la paura di non mostrarsi abbastanza, quindi quella di scomparire nel nulla o di non essere mai esistiti agli occhi altrui che dovrebbero testimoniare la presenza, ha una percezione distorta della realtà, perché la vita sociale digitale viene considerata come il modo preferenziale di relazionarsi con l’altro, escludendo irrazionalmente quella attiva, come se la prima stesse gradualmente sostituendo la seconda.



Questo avviene perché si reputa la via digitale più in voga di quella analogica e quindi più socialmente accettata dai coetanei e anche più conveniente sia dal punto di vista dei rischi che si corrono comunemente nella vita sociale quotidiana (le umilianti figuracce, il non essere accettati per quello che si è, gli attacchi denigratori altrui e la ridicolizzazione pubblica) e da quello dei relativi costi energetici. In altre parole, le variabili del nostro secolo, con la ormai alquanto affermata concezione individualist(ic)a, già radicata nell’uomo da epoche precedenti, unite al progresso tecnologico sempre più all’avanguardia e fautore di profondi mutamenti nelle trame stesse dell’organizzazione sociale, predispongono e giustificano gli eventi osservabili, e da alcuni criticati, in quest’ultimo secolo.


In sostanza, analizzare il fenomeno del terrore dell’anonimato con tutte le sue implicazioni permette certamente di avvicinarsi alla comprensione del complesso apparato della società contemporanea, ma d’altra parte non fornisce nulla di nuovo sul perché avvengano determinate cose invece di altre. E’ ben noto che fin dagli albori della società stessa c’è una stretta correlazione tra le tendenze naturali umane, più o meno costanti, e le direzioni prese tanto dal singolo quanto dalle masse.


Quindi, sarebbe altamente impreciso e fine a sé stesso giudicare il semplice rapporto di causalità tra gli avvenimenti con l’accezione di negativo o di positivo, quando l’ordinario corso delle vicende umane è ampiamente riconosciuto come un naturale fenomeno legato alla nostra specie. In conclusione, a prescindere dal fatto che il particolare fenomeno sia palesemente negativo, come considerato in questo caso, o positivo, è ammissibile, anzi consigliabile, prendere una posizione sull’argomento e trarne le proprie valutazioni, ma si dovrebbe essere bene attenti a non cadere nella tentazione di recriminare o imputare colpe a immaginari responsabili che spesso corrispondono a un’immagine caricaturale di un gruppo di persone accomunate da un preciso fattore, ad esempio i cosiddetti “giovani”, quando le vere piaghe alla base di ogni crisi, come l’indisponenza verso l’altro, la licenziosità e l’inadeguatezza, sono connaturate nel “perfettibile” essere umano. 


Scritto da Vincenzo Sgambati

Revisionato da Vittoria Maria Zandonà, Kamo Zarotti, Nicolò e Alessandro Zuccato

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